Critica
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LE TRAME CROMATICHE DELLANIMA

NELLA PITTURA DI ANTONELLA GIAPPONESI TARENGHI

 

La raffinata ricerca espressiva di Antonella Giapponesi Tarenghi si sostanzia in raffinate immagini in cui lartista svolge un affascinante studio figurale che pone al centro la donna. Si tratta di eleganti presenzesospese fra una dimensione reale e una immaginaria, che talvolta esonda in una sfera schiettamente onirica.

In questo senso, la seduzione che proviene dai dipinti eseguiti da questa eclettica autrice si configura in seno ad immagini che sottendono significati simbolici complessi in cui risulta piacevole e intrigante addentrarsi.

Esse, infatti, rappresentano efficacemente quei moti dellanima che attraversano ogni persona, estrinsecando, nel silenzio assoluto, emozioni e sensazioni difficilmente esprimibili a parole. Occorre guardare, dunque, con molta attenzione i quadri di Antonella, cogliendo movimenti, espressioni e posture delle giovani modelle, bellissime e solo in apparenza irraggiungibili, che nella loro plastica consistenza sottendono i termini di una precisa sintassi evocativa.

Limpressione complessiva che ne deriva è quella di un procedere secondo geometrie visive che si spingono oltre una dimensione strettamente figurativa lambendo i confini di un lirismo di forte intonazione estetica.

Non stupisce, pertanto, che in questa mostra, lartista abbia voluto presentare una scelta di lavori che hanno come fil rouge quelle che lartista chiama Trame cromatiche dellanima, ovvero quelle componenti interiori che albergano nella quotidianità e che, spesso, stretti nel ritmo incessante della quotidianità, non riusciamo non solo ad assaporare, ma neppure a cogliere.

Ed è per questa ragione che lesperienza creativa della Giapponesi Tarenghi risulta così avvincente, essendo capace di concederci una sosta, seppure momentanea, nei tanti impegni che ogni giorno ci attendono, per pensare a noi stessi e a ciò che ci circonda.

Non sfuggono, scorrendo lesposizione, i testi di grandi poeti che accompagnano i quadri. Lungi dallessere una sorta di spiegazione dei lavori, si configurano, invece, come un ulteriore stimolo riflessivo, specie in una dimensione personalissima dellessere che è sinolo indissolubile, come ci ricorda la stessa Antonella riprendendo una celebre espressione di SantAgostino: «il modo in cui lo spirito è unito al corpo non può essere  compreso dalluomo, e tuttavia in questa unione consiste luomo». Unesposizione, dunque, in cui al linguaggio pittorico si unisce compiutamente quello poetico, in uninvidiabile sintesi formale.

Simone Fappanni

Sacro femminino, profano femminile

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Nel quadro di una pittura introspettiva, ma non intimista quanto, piuttosto, frutto di meditazione mai banale attorno ai temi della femminilità intesa in extenso, Antonella Giapponesi Tarenghi opera con assoluta scioltezza tecnica in un percorso che mette in relazione il canone “dell’essere donna” – e,pertanto, le diverse incarnazioni che questa idea alta e stereotipa assumono nel mondo - con la ferialità. Sacro femminino - eterno? - e profano femminile si intrecciano, come due fili di colore diverso, eppur consustanziali, in grado di creare una solida trama di segmenti cromaticamente alterni. Lontano da ogni tentazione di pittura intimista, velata, introflessa, gergale, l’artista gioca con i grandi simboli dell’Occidente, con il ruolo statico che la femminilità acquisisce nell’ambito delle definizioni culturali accumulate in millenni e innesca immediatamente cortocircuiti sulla linea di un presente che mostra tutta la propria dirompenza e la distanza del canone. Sicché ne esce un gradevolissimo viaggio nel quale i segni del passato si frangono, collimano o divergono  come elementi fissi, fissi come in un gioco marmoreo – rispetto alla pelle autentica, alla vita pulsante dell’altra metà del cielo. Ad Afrodite ed Atena che sono le stelle fisse, e che comunque mantengono un fascino che orienta in direzione della bellezza e dell’intelligenza, l’autrice contrappone le figure della contemporaneità. Al noumeno altissimo e rigido, il fenomeno dell’incarnazione che instaura con l’idea prima un dialogo costantemente creativo.

Il nucleo da cui muove è certamente junghiano. Nel serbatoio del passato archeologico che appartiene alla totalità degli uomini e delle donne, la pittrice recupera gli elementi stabili e cardinali della definizione alta, sacrale che fa poi collidere con il piano della quotidianità, alla ricerca dell’energia prodotta dal contrapposto. Il nucleo dirompente della sua pittura nasce certamente dalla giustapposizione frenetica e spesso centripeta di elementi simbolici che vorticano nei dipinti, conferendo alle opere un forte dinamismo, potenziato dalla scioltezza del polso e dalla mancanza di durezze disegnative, secondo composizioni che rinviano a un orizzonte onirico. Un sogno. Un sogno collettivo che un’artista colta e sensibile è in grado di proporre alla visione pensante di colui che guarda.

Al di là di questo filone esplorativo, l’autrice affronta con corposa efficacia anche il dato naturale del paesaggio, del quale coglie l’essenza del rapporto luce-colore.

Sotto il profilo tecnico, Antonella Giapponesi Tarenghi giunge a cercare scioltezza attraverso una pratica disegnativa che non risulta elemento preparatorio di ogni singola opera, ma un esercizio di plasticismo della percezione, autonomo, finalizzato alla soluzione di problemi di rappresentazione, attraverso l’introiezione di modelli che poi, non riportati, vengono risolti con pittoricismo, che conferisce, appunto, un’idea di scioltezza alle diverse opere.

Di rilievo, nell’ambito di un’interessante resa del movimento e del ritmo, è la reiterazione di spazi di immagine, come fotogrammi che s’affollano nello stesso frame e che conferiscono alle opere un’emissione sincopata e jazzistica.

 

                                                                                                                                       Maurizio Bernardelli Curuz (Direttore Artistico Brescia Musei)

 

La ricerca della Bellezza

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Quando dentro di noi esiste una vocazione autentica, difficilmente riusciamo a sfuggirvi per sempre, in un modo o nell’altro, prima o poi, questa torna a manifestarsi, qualche volta, purtroppo, come rimpianto, altre volte, per fortuna, come una seconda occasione da non lasciarsi scappare...

Antonella Giapponesi Tarenghi appartiene a quella fortunata, e a dire il vero poco nutrita schiera di persone, che ad un certo punto della loro vita hanno saputo voltar pagina e concedersi l’opportunità di dedicarsi con successo alla realizzazione del loro “sogno nel cassetto”.

Dopo avere compiuto altre scelte, umane e professionali, ed averle portate avanti con l’entusiasmo e la determinazione che sempre e comunque la contraddistinguono, Antonella ha capito di non potersi sottrarre a quella passione per l’arte che sin dall’infanzia era rimasta sopita nel profondo della sua anima, come un fuoco che cova sotto la cenere, e ha così iniziato a dedicarsi con sorprendente energia alla pittura.

In essa ha velocemente individuato la dimensione ideale per esprimere se stessa, per dare finalmente voce al proprio mondo interiore, così ricco, esuberante e bisognoso di manifestarsi ed essere condiviso.

Questa preziosa monografia giunge proprio a coronare un periodo ormai lungo e ricco di soddisfazioni, durante il quale si è svolta un’avventura artistica che non è stata un fatto a se stante, ma è nata e si è risolta nel corso degli anni come il frutto di un lavoro interiore intenso e prolungato, che negli esiti non si è limitato all’elaborazione di un racconto visivo, ma si è sviluppato come complessa narrazione di ciò che si sente, suggerendo all’osservatore nuove vie da percorrere per indagare sentimenti ed emozioni, desideri e inquietudini, aspirazioni e debolezze, che appartengono, nel profondo, a ognuno di noi.

Una forte e radicata inclinazione alla Bellezza, intesa in senso lato, ha portato Antonella Giapponesi Tarenghi al veloce assimilamento dei principi tecnici, oltreché formali e stilistici, ottenuto grazie a una assidua frequentazione di mostre e musei per osservare da vicino le opere dei Maestri del passato, seguita da un periodo di avvicinamento alla pratica pittorica attraverso lo studio e la copia dei grandi capolavori degli artisti più amati.

Tutto ciò le ha reso possibile, in un tempo relativamente breve, acquisire una buona sicurezza operativa e, al tempo stesso, individuare rapidamente un proprio specifico linguaggio espressivo, caratterizzato da elementi di indubbia originalità e unicità.

Al centro di tutto il suo sforzo creativo vi è un interesse profondo nei confronti della complessa geografia dell’animo umano, con un particolare attenzione verso quello femminile. In quella che può ad uno sguardo superficiale sembrare una semplice raffinata esplorazione della bellezza, del corpo, dell’esteriorità, si cela infatti un’operazione ben più complessa di attenta e puntuale analisi di ciò che sta oltre l’apparenza: una ricognizione molto stretta di quella mappa segreta e misteriosa, fatta di emozioni, passioni, sogni, paure, debolezze, che si svolge dentro di noi e ridisegna la realtà visibile secondo la cifra inconfondibile del sentimento.

Spinta dalla forza della sua passione, Antonella ha maturato progressivamente questa sua dimensione espressiva e poetica, in costante vibrante rapporto con ciò che la circonda, attraverso un sentimento intenso e profondo verso le cose che sente più vicine, un dialogo continuo con la natura, in particolare quella umana, soprattutto, si diceva, quella femminile.

Ricorrono così nella sua produzione, sin dalle prove d’esordio, i temi legati alla rappresentazione della donna e del suo corpo, dove la figura è al tempo stesso oggetto di pura ricerca formale e insieme metafora di un complesso e articolato universo interiore, dalle mille sfaccettature.

Attraverso la scioltezza spontanea della pennellata, conquistata grazie alla costanza sperimentativa e all’esercizio perseverante, nei suoi dipinti si organizza ogni volta una composizione svincolata dalle banali coordinate spazio-temporali, ove si osserva la singolare sovrapposizione di differenti elementi espressivi, quasi a suggerire, anche dal punto di vista tecnico, la stratificazione di significati e idee che è alla base della ricerca di questa pittrice. Sono infatti opere complesse, le sue, frutto di un procedimento tecnico realizzato a più riprese e in cui si assiste all’accostamento di immagini e alla sovrapposizione di interventi pittorici e grafici, quasi a volere riprodurre metaforicamente la meravigliosa complessità della realtà.

Chiaramente consapevole del senso di incompiutezza che è proprio di ogni tentativo di rappresentazione della mutevole verità dei fatti umani, Antonella Giapponesi Tarenghi ha scelto ad un certo punto di ribaltare gli usuali meccanismi compositivi, avvertiti come troppo rigidi e statici, in funzione di una libertà di azione che prevede oltre all’assemblaggio di differenti porzioni di tela dipinta, il successivo sovrapporsi di interventi a matita. In questi dipinti, il disegno, sentito come la manifestazione più diretta dell’Idea, non esaurisce la sua funzione nella fase iniziale, di abbozzo dell’opera, quale semplice supporto per l’azione pittorica, ma, al contrario, acquista un ruolo fondamentale, quello di suggerire la non-finitezza del racconto e di riaprire il dialogo tra il dipinto e chi lo osserva, offrendo a quest’ultimo una parte attiva nella definizione del contenuto emotivo che l’artista intende riversare nel suo lavoro.

In ogni opera si ricompongono, in un gioco di equilibri formali e cromatici, i brandelli simbolici che insieme danno forma a un’emozione, a una sensazione, a un sogno, a una passione.

Permane in questo senso il desiderio della pittrice di offrire nella sua interpretazione il significato di una realtà ricomposta secondo la misura dei sentimenti, da quelli più impetuosi e veementi a quelli più dolci, in stretta connessione con quell’aspirazione a “dare a ogni emozione una personalità, ad ogni stato d’animo un’anima” (Pessoa) che costituisce il sottile filo rosso comune a tutta la sua produzione.

Osserviamo, inoltre, come le fonti letterarie, in particolare la poesia, rappresentino per questa artista un irrinunciabile territorio di indagine ed ispirazione: ogni sua opera pittorica, infatti, è abbinata a un passaggio lirico che ne costituisce allo stesso tempo lo spunto e il completamento, a conferma del fatto che il gesto pittorico rappresenta soltanto il vertice più evidente di un’attività creativa che ha profonde radici in un ampio sistema di diversificati interessi culturali e che aspira, come ultima e più alta ambizione, a cogliere la Bellezza celata nella complessità della natura umana.

                                                                                                                                       Giovanna Galli

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Come disse Francesco Havez, “ nell’Arte, erotico,non è solo un nudo integrale o in qualche modo lascivo, erotico è anche uno sguardo, un atteggiamento, un particolare movimento, la costruzione di una scena che senza svelare completamente lascia cogliere, a chi guarda, il filo sensuale sottinteso.  Così, i lavori di Antonella Giapponesi Tarenghi, caratterizzati da una prorompente fisicità, rappresentano una passionale e disinvolta sensualità femminile,in una serie di pose plastiche, in cui il portamento e l’espressività del volto sono tese a rappresentare un nuovo status sociale forte e provocatorio, quanto l’impatto coloristico.

Critico d’Arte Dott. ssa Caterina Randazzo

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Nelle nuove opere di Antonella Giapponesi Tarenghi di Rovato (BS), suo paese d’adozione, resta vivo e intenso il rapporto visivo tra gli oggetti e la figura umana singola o in coppia e in diversi moduli si articola e viene approfondita la correlazione intensamente semantica tra i segni linguistici e il loro significato. E quindi dobbiamo dire che esiste nei quadri di Giapponesi uno scambio reale e virtuale di superficie fortemente epidermica, sensoriale tra il possesso e l’uso delle cose materiali da parte delle figure nel molto ben variegato “carnoso” impianto grafico-pittorico coloristico di intenso effetto angolare, speculare e centrale e l’effetto magico, fascinoso, criptico, che sembra unirle indissolubilmente o separarle dopo un’intensa unione mentale e corporale consumata nel dentro delle visioni create dall’artista che le irretisce, le ingloba o le separa, temporaneamente o no. Icone viventi concrete ed evanescenti al tempo stesso delle quali pare non ci si possa privare facendo parte della realtà fenomenica in cui si instaurano. E quindi, sulla tabula rasa delle sensazioni percepite ecco la nudità scoperta di un amplesso già finito e la solitudine che campeggia, troneggia, in tutta la sua disarmata fisiognomica densità espressiva della donna, le “braccia incrociate sul seno” lo sguardo perso nella lontananza impercepibile. Nel mentre che la memoria già si impressiona dei ricordi come su una lastra dei minuti trascorsi indicibilmente goduti nel di dentro più profondo del vissuto che riemerge, sentimentalmente romantico e dolente. Ma ecco poi riemergere come dal nulla una “stanza dell’amore”, in cui le distanze tra le singole individualità si accorciano e la lontananza sfuma, si annulla svanisce. E lo spazio non ha più pareti, captato dagli occhi l’inesprimibile che si fa concreto battito del cuore in sinergia con quello del tempo che scorre come un fiume inarrestabile. Ma, infine, ciò che esiste e vive tra persone unite, se toccano insieme le corde di un’arpa invisibile che le aggrega non solo per pochi istanti, diventa la verticalizzazione dell’ascesi passionale riscattata, senza più contrasti ed opposizioni, dall’esaltazione dell’Eros condiviso che non ha più nessun aspetto significativamente definito, ma diventa l’esplosione ininterrotta volumetricamente infirmale (come a voler oltrepassare il tempo che se ne va, testimone degli accadimenti) comprensiva e persuasiva dei sentimenti umani inconoscibili dell’io e del noi, legati ai sensi che non hanno più peso, non hanno più ragione quasi d’esistere, traslati come in una dimensione ultrasensibile, spirituale.

 

Critico D’Arte Mario Micozzi

“PUNTO D’INCONTRO”
Rivista d’arte, Design, Architettura, Letteratura, Scienze Umane e Cultura Interdisciplinare - pag.9

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E’ tutta un’altra aria quella che respira Antonella Giapponesi Tarenghi da quando con l’immediatezza e lo stupore che accompagnano ogni improvvisa rivelazione ha scoperto dentro di sé la via nuova della sua pittura. Ed è, di conseguenza, tutta un’altra energia quella che emana dai suoi lavori più recenti, frutto diretto di quella svolta interiore che, fulminea e inattesa, è germogliata dentro di lei, imponendole un radicale cambiamento nella sua esperienza creativa. La pittrice rovatese da tempo avvertiva quel sottile senso di insoddisfazione e di inquietudine che scava gli animi dell’artista che, forse ancora inconsciamente, intuisce di avere esaurito un capitolo della propria storia, sia umana che espressiva, e ad un certo punto ha saputo coraggiosamente voltare pagina, strappando simbolicamente una tela già dipinta e individuandovi il punto di partenza di una nuova avventura estetica, tecnica e poetica. Nel pieno mantenimento sia dei riferimenti letterari che costituiscono la sua principale fonte ispiratrice, sia degli orientamenti tematici che hanno da sempre indirizzato la sua pittura, prevalentemente incentrati intorno alla figura femminile e in particolare all’analisi della sua interiorità e del suo bagaglio emotivo e sentimentale, Giapponesi Tarenghi ha rinvenuto inedite coordinate tecniche e stilistiche entro cui proseguire la sua ricerca. Ogni nuovo dipinto nasce ora come un’opera complessa, frutto di un lavoro composito realizzato a più riprese e in cui si assiste all’accostamento di immagini e alla sovrapposizione di interventi pittorici e grafici, quasi a volere riprodurre metaforicamente il farsi mobile e multisfaccettato della realtà. La pittrice avverte con lucidità il senso di incompiutezza che è proprio di ogni tentativo di rappresentazione della mutevole verità dei fatti umani, per questo il suo nuovo approccio all’opera contempla il ribaltamento degli usuali meccanismi compositivi, avvertiti come troppo rigidi e statici, in funzione di una libertà di azione che prevede oltre all’assemblaggio di differenti porzioni di tela dipinta, il successivo sovrapporsi di interventi a matita. Il disegno, quindi, sentito come la manifestazione più diretta dell’idea, non esaurisce la sua funzione in sede progettuale, quale semplice supporto per l’azione pittorica, ma si appropria di un ruolo fondamentale, quello di suggerire la non-finitezza del racconto e di riaprire il dialogo tra il dipinto e chi lo osserva, offrendo a quest’ultimo una parte attiva nella definizione del contenuto emotivo che l’artista intende riversare nel suo lavoro. Permane in questo senso il desiderio di Giapponesi Tarenghi di offrire nella sua interpretazione pittorica il senso di una realtà ricomposta secondo la misura dei sentimenti, da quelli più impetuosi e veementi a quelli più dolci, in stretta connessione con quell’aspirazione a “dare a ogni emozione una personalità, ad ogni stato d’animo un’anima” (Pessoa) che costituisce il sottile filo rosso comune a tutta la sua produzione. Ma i nuovi dipinti, ancora densi di atmosfere evocative e surreali, ci mostrano il reperimento di una modalità narrativa inedita, che alla linearità del racconto sostituisce la ricomposizione sintetica dei diversi frammenti che ne costituiscono l’autentica materia prima. Si ricompongono qui, in un gioco di equilibri formali e cromatici, i brandelli simbolici che insieme danno forma a un’emozione, a un sentimento, a un sogno, a una passione. Osserviamo, peraltro, come la poesia continui a conservare per Giapponesi Tarenghi il valore di un irrinunciabile territorio di indagine ed ispirazione, e ogni sua opera pittorica venga abbinata a un passaggio lirico che ne costituisce allo stesso tempo lo spunto e il completamento, a confermare che il gesto pittorico rappresenta soltanto il vertice più evidente di un’attività creativa che ha profonde radici nel variegato sistema degli interessi culturali dell’artista. Individuato un nuovo orizzonte in cui riconoscersi e a cui affidare le proprie intense pulsioni espressive, la pittrice ha ora di fronte a sé un cammino non semplice, una sfida stimolante che rappresenterà per se stessa e per la sua arte la preziosa occasione per un definitivo scatto in avanti.

Giovanna Galli

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NELL’ARTE DI ANTONELLA GIAPPONESI TARENGHI

di Simone Fappanni

Le seducenti figure femminili di Antonella Giapponesi Tarenghi, cariche di mistero e sensualità, trasmettono una sottile carica erotica dietro la quale si svelano, spesso, ansie ed inquietudini, come nella recentissima serie intitolata “Le verità nascoste”. Il corpo femminile, colto con un morbido panneggio coloristico, è dunque il filo conduttore della sua produzione creativa: un corpo mai facilmente esibito, ma inserito in un dinamismo centripeto che s’incardina in una scioltezza raffigurativa di raro sapore evocativo. Antonella Giapponesi Tarenghi, viaggiando sempre al limite di una soffusa atmosfera onirico-metafisica, consegna all’osservatore una poesia sottilissima, intensa, vivace, la stessa che si scopre nelle liriche che accompagnano i suoi pezzi. A questo proposito, ci piace ricordare una bella citazione di Pessoa che l’autrice affianca a una sua intensa tela: «io sono me stesso/ e di me scelgo ciò che è sognabile».  Si tratta, spesso, di versi illuminanti, presi non a caso, ma con una precisa intenzionalità meta-narrativa, senza mai cedere, però, a una facile traduzione meramente didascalica della parola. Semmai è proprio vero il contrario: è la parola in versi a suggerire ciò che il quadro svela e rivela, al di dà della semplice rappresentazione. Una ri-velazione che si fa archetipica, poiché ogni elemento presente costituisce un elemento fondativo, determinante, di tutta l’impaginazione dell’opera, quasi che nessuna parte di essa potesse essere assente. Questa logicità semantica, accompagnata da una disciplina segnica inappuntabile, costituisce un altro cardine attorno al quale si muove la pittura dell’artista, che sonda l’esistenza nel profondo, facendosi strada interpretativa, mai tautologica. In questo modo bene si comprendono le scansioni plastiche che caratterizzano i suoi dipinti, dove elementi sovrapposti e imprevisti si uniscono in un perfetto equilibrio formale, dando vita a un vero e proprio “dialogo” con l’osservatore. Ciò si nota, in modo particolare, osservando le posture e le espressioni facciali delle giovani donne dipinte dall’artista, le quali palesano un look spesso sofisticato o estremamente contemporaneo, mentre talvolta sono completamente nude: scelte non casuali che denotano la coralità che caratterizza questo iter compositivo, in cui la luce, come le tinte e il segno, risulta essere estremamente importante. Domande sulla vita, sulla nostra vita, e sul nostro destino, vengono così ampliate e, per così dire “amplificate”, dalla sua pittura, che nel molteplice coglie la complessità crescente dell’esistere, ma anche il senso più pieno che caratterizza il vivere. In una tela, ad esempio, sotto la suggestione di un’affermazione di Coelho, «Un sintomo del fatto che stiamo uccidendo i nostri sogni è la mancanza di tempo». Un invito, insomma, a dare importanza a ciò che la progettualità costituisce per l’uomo, ovvero la linfa per andare avanti, per seguire il proprio destino, esattamente come viene simbolicamente mostrato dalle figure femminili di Antonella Giapponesi Tarenghi, con la purezza dei loro corpi che sottende quella delle loro menti e del loro pensiero.

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Psicologia criptica e dinamica, Seduzioni

Le opere della pittrice Antonella Giapponesi Tarenghi vogliono rappresentare e celebrare la femminilità: l’alter ego cioè dell’essere maschile, ed in ciò non pone confronti di carattere tensivo, o di ordine oppositivo, semmai vi pone una comunicazione di ambito psicologico e fascino altamente emotivo. Tuttavia, con mano sicura, sa costruire immagini di complessa struttura variamente semantica, dove segno e colore diventano, scambievolmente testo e contesto attraverso una trama piuttosto articolata di un racconto spesso complesso e seducente. E’ attraverso la fascinazione dell’io criptico ed efficacemente dinamico che l’essere femminile sa appropriarsi dei propri mezzi incisivi e persuasivi, consapevole pure del divenire di una perenne Demetra di cui è ricca la cultura classica in primis. Il vissuto esistenziale vi prevale sulle motivazioni propriamente razionali e circoscritte: l’artista vive soprattutto dei riverberi emozionali attraverso cui poter esprimere altre modalità di senso e di conoscenza. Queste opere sottendono un ampio spettro di investigazione di sentimenti umani dove l’accentuazione estetica vi risuona come una rivelazione ininterrotta e suasiva, come la visione medesima di una verità pienamente artistica.

Galli Luigi